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CAR-T: quando le tue cellule diventano una cura rivoluzionaria

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Ti è mai capitato di pensare che il tuo corpo potrebbe curarsi da solo, se solo sapesse come fare? Beh, quello che ti sto per raccontare va esattamente in questa direzione, e ti assicuro che ha dell’incredibile. Stiamo parlando delle terapie CAR-T, una delle innovazioni più rivoluzionarie della medicina moderna che sta letteralmente riscrivendo le regole del gioco nel trattamento di malattie un tempo considerate incurabili.

E la notizia più straordinaria è che questa tecnologia, nata per combattere il cancro, sta dimostrando di poter fare miracoli anche in un campo completamente diverso: le malattie autoimmuni. I ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma hanno appena ottenuto risultati eccezionali trattando tre bambini con forme gravissime di lupus eritematoso e dermatomiosite. Una prima assoluta in ambito pediatrico che apre scenari davvero emozionanti.

Mettiti comodo, perché quello che stai per leggere è un viaggio affascinante nel futuro della medicina che è già presente.

Partiamo dalle basi: cosa diavolo sono le CAR-T?

CAR-T è un acronimo che sta per “Chimeric Antigen Receptor T-Cell”, che tradotto letteralmente significa “cellule T con recettore chimerico per l’antigene”. Ok, lo ammetto, detto così sembra un incantesimo di Harry Potter più che una terapia medica. Lascia che te lo spieghi in modo molto più semplice.

Immagina il tuo sistema immunitario come un esercito che difende il tuo corpo dagli invasori. I soldati d’elite di questo esercito sono i linfociti T, cellule specializzate nell’identificare e distruggere cellule malate o infette. Il problema è che a volte questi soldati non riescono a riconoscere il nemico, specialmente quando si tratta di cellule tumorali che hanno sviluppato incredibili strategie per mimetizzarsi.

Le CAR-T sono essenzialmente i tuoi stessi linfociti T riprogrammati in laboratorio per diventare super-soldati capaci di riconoscere ed eliminare con precisione chirurgica le cellule malate. È come prendere un soldato normale e trasformarlo in un Navy SEAL con un addestramento specifico per una missione particolare.

Come funziona esattamente questa magia scientifica?

Il processo è tanto affascinante quanto complesso. Lascia che te lo spieghi passo dopo passo, così capirai quanto sia straordinaria questa tecnologia.

Primo passo: il prelievo. I medici prelevano dal tuo sangue i linfociti T attraverso un processo chiamato leucaferesi. È un po’ come una donazione di sangue, solo più sofisticata. Il tuo sangue viene fatto passare attraverso una macchina che separa i linfociti T e restituisce tutti gli altri componenti del sangue al tuo corpo.

Secondo passo: la riprogrammazione. Qui avviene la vera magia. In laboratorio, i tuoi linfociti T vengono modificati geneticamente utilizzando un virus innocuo come vettore. Questo virus trasporta all’interno delle cellule le istruzioni genetiche per produrre un nuovo recettore sulla loro superficie: il famoso CAR, il recettore chimerico per l’antigene.

Questo recettore è progettato su misura per riconoscere una specifica proteina presente sulle cellule che vogliamo eliminare. È come dare ai tuoi soldati degli occhiali speciali che permettono loro di vedere il nemico anche quando è mimetizzato.

Terzo passo: l’espansione. Una volta modificati, i linfociti T vengono fatti moltiplicare in laboratorio. Da pochi milioni di cellule si arriva a centinaia di milioni o addirittura miliardi. È come addestrare un piccolo plotone e trasformarlo in un intero esercito.

Quarto passo: la reinfusione. Le cellule CAR-T, ora pronte all’azione, vengono reinfuse nel tuo corpo attraverso una semplice flebo. A questo punto iniziano a circolare nel sangue, cercando attivamente il loro bersaglio per distruggerlo.

Quinto passo: l’attacco. Quando le cellule CAR-T incontrano una cellula con la proteina bersaglio, si attivano immediatamente. Si legano alla cellula malata, rilasciano sostanze citotossiche che la uccidono e, cosa ancora più incredibile, si moltiplicano ulteriormente. È un attacco coordinato, preciso ed estremamente efficace.

Le CAR-T contro il cancro: da dove tutto è cominciato

Le terapie CAR-T sono nate e si sono sviluppate principalmente per combattere i tumori del sangue, in particolare alcune forme di leucemia e linfoma particolarmente aggressive e resistenti ai trattamenti convenzionali.

Pensa a un bambino con leucemia linfoblastica acuta che non risponde più alla chemioterapia. Le sue opzioni terapeutiche sono praticamente esaurite. La famiglia è disperata. Poi arriva la terapia CAR-T e, in molti casi, si assiste a quella che può essere definita solo come una remissione miracolosa. Tumori che sembravano inarrestabili scompaiono completamente nel giro di settimane.

I numeri parlano chiaro: in alcune forme di leucemia resistente, le CAR-T ottengono tassi di remissione completa superiori al 80-90%. Sono percentuali che solo dieci anni fa nessuno avrebbe osato sperare. Ed è proprio questo successo straordinario nel campo oncologico che ha fatto pensare ai ricercatori: “Se funziona così bene contro il cancro, potrebbe funzionare anche in altre malattie?”

Il grande salto: dalle cellule tumorali alle malattie autoimmuni

Ed eccoci al punto cruciale, quello che rende questa storia ancora più affascinante. Qualcuno ha avuto un’intuizione brillante: le malattie autoimmuni e i tumori del sangue hanno qualcosa in comune. In entrambi i casi, il problema è causato da cellule che si comportano male. Nel cancro, sono cellule che si moltiplicano senza controllo. Nelle malattie autoimmuni, sono cellule del sistema immunitario che attaccano erroneamente il corpo che dovrebbero proteggere.

Le malattie autoimmuni sono un tradimento del tuo stesso corpo. Il sistema immunitario, che dovrebbe essere il tuo difensore più fidato, perde letteralmente il controllo e comincia ad attaccare i tuoi stessi tessuti e organi. È come se i soldati che proteggono la città improvvisamente iniziassero a sparare sui cittadini che dovrebbero difendere.

Esistono decine di malattie autoimmuni diverse, alcune più comuni come l’artrite reumatoide o la tiroidite di Hashimoto, altre più rare e devastanti come il lupus eritematoso sistemico e la dermatomiosite. E sono proprio queste ultime due che sono state al centro della sperimentazione rivoluzionaria del Bambino Gesù.

Lupus eritematoso sistemico: quando il corpo diventa il suo stesso nemico

Il lupus è una malattia particolarmente subdola e crudele. Il nome completo, lupus eritematoso sistemico, già ti dice qualcosa: “sistemico” significa che può attaccare praticamente qualsiasi organo del corpo. Non si limita a un singolo distretto, ma può colpire reni, polmoni, cuore, pelle, articolazioni, sistema nervoso centrale e molto altro.

Immagina di svegliarti ogni giorno senza sapere quale parte del tuo corpo verrà attaccata. Forse oggi saranno le articolazioni, che si gonfieranno e faranno male tanto da impedirti di camminare. Forse domani saranno i reni, che inizieranno a perdere proteine nelle urine compromettendo la loro funzionalità. Forse la settimana prossima sarà il sistema nervoso, con confusione mentale o addirittura convulsioni.

Il lupus colpisce prevalentemente le donne, in un rapporto di circa 9 a 1 rispetto agli uomini. Di solito si manifesta in età giovanile, tra i 15 e i 45 anni. Questo significa che colpisce persone nel pieno della vita, che dovrebbero studiare, lavorare, costruire una famiglia, vivere normalmente.

Il problema del lupus è che ogni paziente è diverso. Non esistono due casi identici. La malattia ha letteralmente mille facce, e questo rende il trattamento estremamente complicato. I farmaci convenzionali includono cortisonici ad alte dosi, che causano effetti collaterali pesantissimi (aumento di peso, osteoporosi, diabete, ipertensione), e immunosoppressori potenti che lasciano il paziente vulnerabile a qualsiasi infezione.

E poi ci sono i casi più gravi, quelli che non rispondono a nessun trattamento. Sono questi i pazienti per cui le CAR-T potrebbero rappresentare l’unica vera speranza.

Dermatomiosite: quando muscoli e pelle vengono attaccati

La dermatomiosite è un’altra malattia autoimmune, meno conosciuta del lupus ma altrettanto invalidante. Come suggerisce il nome, colpisce principalmente due tessuti: la pelle (derma) e i muscoli (mio).

Sulla pelle compaiono eruzioni caratteristiche, spesso di colore violaceo, soprattutto sul viso, sulle nocche delle mani e su altre aree esposte. Ma è l’interessamento muscolare l’aspetto più debilitante. I muscoli, soprattutto quelli prossimali (quelli più vicini al tronco, come spalle e anche), diventano progressivamente più deboli.

Immagina di avere difficoltà a pettinarti perché non riesci più a sollevare le braccia. Immagina di faticare a salire le scale perché le gambe non ti sostengono più. Nei casi più gravi, anche i muscoli respiratori possono essere coinvolti, rendendo necessaria l’assistenza respiratoria.

La dermatomiosite è considerata una malattia rara, con un’incidenza di circa 1-10 casi ogni 100.000 persone. Può colpire sia adulti che bambini (in quest’ultimo caso si parla di dermatomiosite giovanile), e quando si manifesta in età pediatrica può essere particolarmente devastante, compromettendo la crescita e lo sviluppo normale del bambino.

Anche per questa malattia, i trattamenti convenzionali si basano su cortisonici e immunosoppressori, con tutti i problemi che abbiamo già visto per il lupus. E anche qui esistono casi resistenti a qualsiasi terapia, dove la qualità di vita del paziente diventa drammaticamente compromessa.

Il bersaglio comune: CD19

Ora, potresti chiederti: come è possibile che la stessa terapia CAR-T funzioni sia contro la leucemia che contro malattie autoimmuni completamente diverse come lupus e dermatomiosite? La risposta sta nel bersaglio: una proteina chiamata CD19.

CD19 è una molecola presente sulla superficie di una specifica categoria di cellule del sistema immunitario: i linfociti B. Questi linfociti giocano ruoli fondamentali nella risposta immunitaria, producendo anticorpi contro virus e batteri. Ma sono anche i principali responsabili quando il sistema immunitario impazzisce nelle malattie autoimmuni.

Nelle leucemie e nei linfomi, i linfociti B diventano cancerosi e si moltiplicano incontrollatamente. Nelle malattie autoimmuni come lupus e dermatomiosite, i linfociti B producono autoanticorpi, cioè anticorpi che attaccano il corpo stesso invece che gli invasori esterni.

Le CAR-T dirette contro CD19 sono progettate per riconoscere ed eliminare tutte le cellule che esprimono questa proteina sulla loro superficie. Nel caso dei tumori, eliminano le cellule cancerose. Nel caso delle malattie autoimmuni, eliminano i linfociti B responsabili della produzione di autoanticorpi.

È un approccio elegante nella sua semplicità: stesso bersaglio, stessa arma, ma applicata a contesti patologici diversi. Franco Locatelli, responsabile dell’area di Oncoematologia e Terapia Cellulare e Genica dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, lo ha spiegato con grande chiarezza: “Trasliamo il medesimo approccio di terapia genica da un contesto di malattia neoplastica a un contesto di patologia non neoplastica, dove gli elementi che producono il danno sono i linfociti B che esprimono CD19.”

La sperimentazione pionieristica: adulti prima, bambini poi

Prima di arrivare alla sperimentazione pediatrica del Bambino Gesù, è importante che tu sappia che le CAR-T sono state già testate con successo in adulti con lupus eritematoso grave e resistente ai trattamenti.

Cinque pazienti adulti con forme particolarmente aggressive di lupus, che non rispondevano più a nessuna terapia convenzionale, sono stati trattati con cellule CAR-T anti-CD19. I risultati sono stati straordinari: tutti e cinque hanno ottenuto una remissione completa della malattia. Non miglioramenti parziali, non riduzioni dei sintomi, ma proprio remissione completa.

Questi dati preliminari, pubblicati su riviste scientifiche internazionali, hanno acceso una lampadina nella mente dei ricercatori del Bambino Gesù: “Se funziona così bene negli adulti, perché non provare anche nei bambini?”

E qui arriviamo al punto cruciale. Applicare una terapia sperimentale ai bambini è sempre una decisione estremamente delicata e difficile. I bambini non sono “piccoli adulti”: il loro corpo reagisce in modo diverso, il loro sistema immunitario è ancora in fase di maturazione, gli effetti a lungo termine sono ancora più imprevedibili.

Ma quando hai di fronte bambini con malattie così gravi che non rispondono a nessun trattamento, bambini che passano mesi in ospedale attaccati all’ossigeno, che sviluppano effetti collaterali devastanti dai farmaci immunosoppressori, che non possono fare una vita normale, allora devi avere il coraggio di tentare strade nuove.

La procedura: dalla teoria alla pratica clinica

I ricercatori del Bambino Gesù hanno utilizzato lo stesso protocollo di terapia genica sviluppato per gli adulti dall’azienda biotecnologica Miltenyi Biotec, una delle leader mondiali in questo campo. Ma applicare un protocollo non è mai automatico, soprattutto quando si tratta di bambini.

Hanno dovuto fare formale richiesta all’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) per ottenere l’autorizzazione all’uso non ripetitivo del trattamento, quella che tecnicamente si chiama “hospital exemption”. È una procedura che permette di utilizzare terapie avanzate ancora non approvate in casi eccezionali, quando non esistono alternative terapeutiche valide.

La selezione dei pazienti è stata rigorosissima. Non si trattava di bambini con forme lievi di malattia autoimmune. Erano casi gravissimi, definiti “refrattari ai trattamenti convenzionali”, un termine medico che significa semplicemente: abbiamo provato tutto quello che avevamo a disposizione e niente ha funzionato.

Per questi bambini, le CAR-T rappresentavano letteralmente l’ultima spiaggia.

Le tre storie che cambiano tutto

Lascia che ti racconti in dettaglio le storie di questi tre bambini, perché dietro i freddi dati scientifici ci sono vite reali, famiglie distrutte dalla malattia che hanno ritrovato la speranza.

La ragazza di Messina: una storia di resistenza e coraggio

La prima paziente è una ragazza di 17 anni di Messina, affetta da una forma gravissima di lupus eritematoso sistemico. Quando dico “gravissima” non è un’esagerazione. Aveva provato tutti i trattamenti disponibili: cortisonici ad alte dosi, ciclofosfamide, micofenolato, rituximab. Niente aveva funzionato in modo duraturo.

Il lupus continuava a progredire, attaccando i suoi reni, i polmoni, le articolazioni. Era una corsa contro il tempo. Le opzioni stavano finendo. Poi è arrivata la proposta di partecipare alla sperimentazione con le CAR-T.

Dopo il trattamento, è successo qualcosa di straordinario. A distanza di quasi nove mesi dall’infusione delle cellule CAR-T, la ragazza è in completa remissione di malattia. Non assume più farmaci immunosoppressori. I suoi esami del sangue sono normalizzati. Gli organi che erano stati attaccati dal lupus stanno recuperando la loro funzionalità.

Nove mesi possono sembrare poco tempo, ma per chi conosce il lupus sa che è un periodo più che sufficiente per vedere se una terapia funziona o meno. E in questo caso, non solo funziona: sta letteralmente restituendo a questa ragazza la possibilità di vivere una vita normale.

Il bambino ucraino: una guerra doppia

La seconda storia è ancora più toccante per le circostanze in cui si è svolta. Un bambino di 12 anni dell’Ucraina, affetto da dermatomiosite, si trovava in un ospedale della capitale ucraina quando è scoppiata la guerra.

Immagina la situazione: hai un figlio gravemente malato, che necessita di cure continue e specialistiche, e improvvisamente il tuo paese viene invaso. Gli ospedali bombardati, le forniture mediche che scarseggiano, i medici che fuggono. È un incubo nel incubo.

La famiglia è riuscita miracolosamente a fuggire, prima in Ungheria, poi finalmente in Italia, all’Ospedale Bambino Gesù di Roma. Qui il bambino ha potuto accedere alla terapia con CAR-T.

A sette mesi dal trattamento, anche lui è in remissione. La dermatomiosite, che lo aveva reso debole e dipendente da continui cicli di terapia immunosoppressiva, sembra essersi fermata. I muscoli stanno recuperando forza. Può fare cose che prima gli erano impossibili.

Questo bambino ha combattuto due guerre: quella contro la sua malattia e quella vera, quella dei missili e delle bombe. E sta vincendo entrambe.

La ragazza di Roma: dalla rianimazione alla vita normale

La terza paziente è una ragazza di 18 anni di Roma, anche lei con lupus eritematoso sistemico in forma particolarmente grave. La sua storia clinica fa rabbrividire.

Era stata ricoverata in ospedale per sei mesi consecutivi. Sei mesi. Dipendente dall’ossigeno perché i polmoni erano così compromessi che non riusciva più a respirare da sola. Più volte era stata assistita in terapia intensiva, dove i medici hanno lottato per salvarle la vita.

I cortisonici ad alte dosi che era costretta a prendere le avevano causato effetti collaterali devastanti: aumento di peso enorme, osteoporosi precoce, diabete iatrogeno, ipertensione, predisposizione alle infezioni. Era intrappolata in un circolo vizioso: aveva bisogno dei farmaci per controllare il lupus, ma i farmaci stessi la stavano distruggendo.

È stata trattata con le CAR-T circa due mesi fa. È ancora presto per trarre conclusioni definitive, ma i segnali sono estremamente incoraggianti. Oggi è a casa, in buone condizioni generali di salute. Non ha più bisogno dell’ossigeno. La qualità della sua vita è migliorata in modo drammatico.

Per la prima volta dopo anni, può pensare al futuro con speranza invece che con terrore.

I risultati: numeri che parlano di vite cambiate

Fabrizio De Benedetti, responsabile dell’area di ricerca di Immunologia, Reumatologia e Malattie infettive del Bambino Gesù, non ha usato mezzi termini nel commentare i risultati: “Sono dati assolutamente rilevanti.”

E aveva ragione. Tutti e tre i pazienti avevano risposto in maniera insoddisfacente a terapie immunosoppressive aggressive. Non solo le terapie non funzionavano, ma causavano effetti collaterali importanti che compromettevano ulteriormente la qualità della vita.

Le CAR-T hanno cambiato radicalmente questo scenario. In tutti e tre i casi si è osservato un beneficio rilevante e, soprattutto, sostenuto nel tempo. Non si è trattato di un miglioramento temporaneo seguito da una ricaduta, ma di una remissione che si mantiene mese dopo mese.

Il fatto che questi bambini non assumano più farmaci immunosoppressori è un risultato in sé straordinario. Significa che il loro sistema immunitario è stato “resettato” dalle CAR-T e ora funziona normalmente, senza più attaccare il corpo che dovrebbe proteggere.

Come funziona questo “reset immunologico”?

Potresti chiederti: ma come è possibile che eliminando i linfociti B si risolva una malattia autoimmune così complessa? Non rischi di compromettere il sistema immunitario?

Sono domande legittime. Lascia che te lo spieghi. Le CAR-T anti-CD19 eliminano praticamente tutti i linfociti B circolanti. È quello che si chiama “aplasia delle cellule B”, cioè l’assenza completa di queste cellule nel sangue.

Potresti pensare che sia pericoloso, ma in realtà il corpo tollera sorprendentemente bene questa condizione, almeno temporaneamente. Gli altri componenti del sistema immunitario (linfociti T, cellule NK, macrofagi, neutrofili) continuano a funzionare normalmente e mantengono una buona protezione contro le infezioni.

Ma ecco la parte ancora più interessante: dopo alcuni mesi, i linfociti B cominciano a rigenerarsi. Nuovi linfociti B vengono prodotti dal midollo osseo e colonizzano nuovamente il sangue e i tessuti. Ma questi sono linfociti B “vergini”, non ancora corrotti dall’autoimmunità.

È come formattare un computer infetto da virus e reinstallare il sistema operativo da zero. I nuovi linfociti B non hanno memoria della malattia autoimmune, non producono più autoanticorpi, non attaccano più il corpo. Il sistema immunitario viene letteralmente riprogrammato.

Questo fenomeno è stato osservato sia nei pazienti oncologici trattati con CAR-T che negli adulti con lupus, e ora lo si sta confermando anche nei bambini. È un meccanismo affascinante che apre prospettive incredibili.

Le sfide e i rischi: non tutto è rose e fiori

Sarebbe disonesto presentare le CAR-T come una panacea senza rischi. Come qualsiasi trattamento medico potente, anche le CAR-T comportano possibili effetti collaterali, alcuni dei quali possono essere seri.

Il più temuto si chiama “sindrome da rilascio di citochine” (CRS, Cytokine Release Syndrome). Quando le CAR-T si attivano e cominciano a distruggere le cellule bersaglio, rilasciano massicce quantità di sostanze infiammatorie chiamate citochine. È come un’esplosione controllata che a volte può sfuggire di mano.

I sintomi vanno da febbre alta e brividi (nei casi lievi) fino a ipotensione grave, difficoltà respiratoria e insufficienza multi-organo (nei casi severi). Fortunatamente, oggi esistono farmaci efficaci per gestire questa complicanza, come il tocilizumab, un anticorpo che blocca una delle citochine chiave coinvolte.

Un’altra possibile complicanza è la neurotossicità, con sintomi che vanno dalla confusione e difficoltà di linguaggio fino, nei casi più gravi, alle convulsioni. Anche questa complicanza è generalmente reversibile e può essere gestita con terapie appropriate.

Poi c’è il rischio infettivo. L’aplasia dei linfociti B e, spesso, anche una riduzione temporanea delle immunoglobuline (gli anticorpi circolanti) rendono i pazienti più vulnerabili alle infezioni, specialmente quelle batteriche. Per questo motivo, dopo il trattamento con CAR-T, i pazienti ricevono spesso infusioni di immunoglobuline per compensare questa deficienza temporanea.

Ma è importante sottolineare che, nella maggior parte dei casi, questi effetti collaterali sono gestibili e reversibili. E quando li confronti con gli effetti collaterali devastanti dei cortisonici ad alte dosi e degli immunosoppressori potenti usati cronicamente, il bilancio rischio-beneficio può essere decisamente favorevole.

Il futuro: da sperimentazione a terapia standard?

I risultati ottenuti al Bambino Gesù, per quanto preliminari e su un numero ridotto di pazienti, sono estremamente promettenti e aprono scenari entusiasmanti.

Come ha sottolineato De Benedetti, questi dati incoraggiano a proseguire nella direzione di un trial clinico che possa comprendere un numero più ampio di pazienti pediatrici affetti da varie malattie autoimmuni. Non solo lupus e dermatomiosite, ma potenzialmente anche altre patologie dove i linfociti B giocano un ruolo fondamentale.

Pensa all’artrite idiopatica giovanile sistemica, una forma particolarmente grave di artrite che può causare infiammazione sistemica devastante nei bambini. O alla sclerosi multipla, dove recenti evidenze suggeriscono un ruolo importante dei linfociti B. O alla vasculite, dove l’infiammazione dei vasi sanguigni può portare a danni irreversibili agli organi.

Le potenziali applicazioni sono vastissime. E non parliamo solo di malattie pediatriche: gli stessi principi potrebbero essere applicati a una lunga lista di malattie autoimmuni degli adulti, dalla sclerodermia alla sindrome di Sjögren, dalla miastenia gravis alla tiroidite autoimmune severa.

La tecnologia CAR-T: in continua evoluzione

È importante che tu sappia che la tecnologia delle CAR-T non è statica. I ricercatori di tutto il mondo stanno lavorando per migliorarla continuamente, rendendola più sicura, più efficace e più accessibile.

Le CAR-T di prima generazione erano relativamente semplici. Le nuove generazioni includono modifiche sofisticate che permettono alle cellule di funzionare meglio e più a lungo. Per esempio, le CAR-T di seconda e terza generazione hanno domini co-stimolatori aggiuntivi che ne potenziano l’attività.

Si stanno anche sviluppando CAR-T “universali”, prodotte da cellule di donatori sani anziché dal paziente stesso. Questo potrebbe ridurre i tempi e i costi di produzione, rendendo la terapia più accessibile.

Un’altra frontiera affascinante sono le CAR-T “armored”, dotate di geni aggiuntivi che le proteggono dall’ambiente immunosoppressivo che spesso circonda i tumori. E le CAR-T con “switch di sicurezza”, che possono essere disattivate rapidamente se causano effetti collaterali eccessivi.

Nel campo delle malattie autoimmuni, si stanno esplorando anche bersagli alternativi a CD19. Alcune CAR-T in fase di studio sono dirette contro BCMA (B-Cell Maturation Antigen), un’altra proteina espressa dai linfociti B ma con un profilo di espressione leggermente diverso.

Il ruolo del PNRR e della ricerca italiana

È motivo di orgoglio che questa sperimentazione pionieristica sia avvenuta in Italia, all’Ospedale Bambino Gesù di Roma. I risultati sono stati presentati sia a livello nazionale, nell’ambito dei lavori del Centro Nazionale 3 per lo sviluppo della terapia genica previsto dal PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), sia a livello internazionale, all’ultimo Congresso europeo di Reumatologia pediatrica a Rotterdam.

Il PNRR sta investendo risorse significative nella medicina d’avanguardia, riconoscendo che la terapia genica rappresenta il futuro della medicina. Questi investimenti permettono agli ospedali e ai centri di ricerca italiani di competere a livello internazionale e di offrire ai pazienti italiani accesso a terapie innovative senza doversi spostare all’estero.

Il Bambino Gesù, in particolare, si è affermato come centro di eccellenza a livello mondiale per le terapie cellulari e geniche. Dispone di laboratori all’avanguardia, personale altamente specializzato e, soprattutto, di un’esperienza clinica vastissima nel trattamento di malattie complesse.

I costi e l’accessibilità: l’elefante nella stanza

Non possiamo ignorare la questione dei costi. Le terapie CAR-T sono attualmente tra i trattamenti medici più costosi al mondo. Negli Stati Uniti, una singola infusione di CAR-T può costare tra i 400.000 e i 500.000 dollari. Anche in Europa, i costi sono nell’ordine delle centinaia di migliaia di euro.

Questi costi elevati sono dovuti a diversi fattori: la complessità del processo di produzione, che richiede strutture di laboratorio sofisticate e personale altamente specializzato; il fatto che ogni terapia è personalizzata per il singolo paziente; i costi di ricerca e sviluppo che le aziende farmaceutiche devono recuperare.

Questo pone evidenti problemi di accessibilità e sostenibilità per i sistemi sanitari. Come possiamo garantire che terapie così efficaci siano disponibili per tutti i pazienti che ne hanno bisogno, non solo per quelli che possono permettersele?

Ci sono diverse strategie in esplorazione. Una è lo sviluppo di CAR-T “universali” che non richiedano personalizzazione, riducendo drasticamente i costi. Un’altra è l’ottimizzazione dei processi di produzione per aumentare l’efficienza e ridurre gli sprechi.

Inoltre, si stanno esplorando modelli di pagamento innovativi, come il “pay-for-performance”, dove il costo della terapia viene corrisposto solo se il trattamento funziona effettivamente. È un approccio che allinea gli interessi di tutti: pazienti, sistemi sanitari e aziende farmaceutiche.

Le CAR-T per le malattie autoimmuni sono solo la punta dell’iceberg. La stessa tecnologia di base può essere adattata per colpire bersagli completamente diversi.

Si stanno studiando CAR-T per i tumori solidi, anche se qui le sfide sono maggiori perché il tumore è un ambiente ostile dove è difficile per le CAR-T penetrare e sopravvivere. Ma i progressi ci sono, e alcuni trial clinici stanno mostrando risultati promettenti.

Si sta esplorando l’uso di CAR-T modificate per combattere le infezioni croniche virali, come quella da HIV o da epatite B, che il sistema immunitario normale non riesce a eliminare completamente.

C’è persino ricerca sull’uso di CAR-T nell’ambito dei trapianti d’organo, per modulare la risposta immunitaria in modo da prevenire il rigetto senza necessità di terapie immunosoppressive croniche.

E non dobbiamo dimenticare le CAR-NK (Natural Killer) e le CAR-macrofagi, varianti che utilizzano altri tipi di cellule immunitarie invece dei linfociti T. Ognuna di queste tecnologie ha i suoi vantaggi e le sue applicazioni specifiche.

La lezione più importante: la medicina personalizzata è realtà

Se c’è una lezione che possiamo trarre da tutta questa storia è che stiamo entrando nell’era della medicina veramente personalizzata. Non più “una taglia per tutti”, dove lo stesso farmaco viene dato a tutti i pazienti con la stessa diagnosi, ma trattamenti cuciti su misura per il singolo individuo.

Le CAR-T sono l’esempio più estremo di questo concetto: le tue cellule, modificate specificamente per te, reinfuse nel tuo corpo. Ma la filosofia si sta estendendo a tutti i campi della medicina.

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